La recitazione di Benigni dei Canti danteschi, nonostante abbia ricevuto calorosi consensi, è a nostro modo di vedere monotona, dunque spesso incolore, e mnemonica, dunque aridamente scolaresca. Per di più, per aderire forse a qualche esperto suggerimento, essendo priva del giusto afflato, cadenza in maniera inaccettabile i versi legati ai successivi dalla figura sintattica, di costruzione e d’ordine dell’enjambement.    

Il quale è un “procedimento stilistico che consiste nella rottura della coesione unitaria metrico-sintattica di un verso il cui senso (proposizione, sintagma), anziché concludersi, si prolunga nel verso successivo” (Devoto). Un doppio esempio: Or incomincian le dolenti note / a farmisi sentire, or son venuto / là dove molto pianto mi percuote (Inferno, Canto V, vv.25-27).    

Benigni separa il contre-rejet, la parola finale di un verso, dal rejet, la parola iniziale del successivo, con un’interruzione di intonazione e spesso con balzi della voce nella ripresa, che conferiscono alla recitazione una bambinesca aderenza al passo ritmico, con effetto assai sgradevole.    

Metteremo in evidenza, in questa scheda, il suo incedere da scolaretto principiante che, trascinato dalla cadenza dell’endecasillabo, trascura le inarcature [1] e non collega sintatticamente, attraverso il tono, attraverso cioè “l’inflessione di voce che modula il discorso in rapporto al suo contenuto logico…” (Devoto), gli elementi del periodo, alterando soprattutto l’ampliamento che il poeta sceglie di dare al verso, strettamente proseguendo il pensiero nel successivo. Non intendiamo entrare in polemica con il parere illustre di Umberto Eco, che forse (ma forse) ha ragione quando critica gli attori che leggono l’enjambement trascurando di dare risalto alla scansione ritmica; tuttavia non ci sembra che il modo scelto da Benigni sia migliore, dal momento che il comico fa pause troppo lunghe e interrompe la modulazione espressiva, il tono, appunto. Si ascoltino pure gli esempi che seguono: quando non “declama” Benigni, la voce recitante è quella dello studioso, scrittore, traduttore, docente, regista, attore Vittorio Sermonti; abbiamo inoltre aggiunto un nostro personale esempio.     

Per ch’i dissi: «Maestro, chi son quelle < genti che l’aura nera sì gastiga?».     

[ds chi son quelle 1] (ds sta per documento sonoro)      

Come si fa a fermare “l’espressione” dopo quelle? Il pronome dimostrativo si lega al nome: “quelle genti”, per cui la lettura deve essere: “chi son quelle__genti” di seguito, allungando l’ultima vocale del dimostrativo, ma non interrompendo la modalità espressiva. Notare il modo corretto per ch’i e non per ch’io, e la corretta pronuncia di Sermonti “gastiga” e non “castiga”, come “la sensibilità filologica” permette al Professor Benigni [ds chi son quelle 2 (Sermonti)] [ds chi son quelle 3 (Bernabei)].     

La lunga pausa dopo quelle, con una “e” sospesa, interminabile: a noi non sembra proprio il modo corretto di rispettare l’enjambement, di cui parla Umberto Eco: “Il bravo attore, invece, farà una pausa alla fine del verso, ma più breve del solito, in mo­do che si sentano e la spezzatu­ra ritmica e la continuità se­mantica”. Ci sembra invece, quello di Benigni, un ricorrente modo “infantile” di recitare, un brutto vizio, insomma. “Se il poeta ha usato l’enjambement non sarà stato a caso, e dunque, se pure si deve fare sentire l’in­terruzione del verso, si deve al tempo stesso far capire che la frase continua al verso succes­sivo. È una lotta tra significante e significato, tra sostanza ritmi­ca e senso” (Umberto Eco, Prefazione a Il mio Dante, di Roberto Benigni, Einaudi, 2008).     

Ancora:     

«La prima di color di cui novelle < tu vuo’ saper», mi disse quelli allotta,     

[dsdi cui novelle 1”].     

Come per l’esempio precedente, la lettura corretta deve legare i due versi: “di cui novelle__tu vuo’ saper”. Ascoltiamo Sermonti: [ds di cui novelle 2], che, come abbiamo già notato, è fedele al testo: vuo’ e non vuoi, mi disse e non rispose, come declama Benigni. [ds di cui novelle 3 (Bernabei)]. Proseguiamo:     

Elena vedi, per cui tanto reo < tempo si volse, e vedi ‘l grande Achille,     

[ds per cui tanto reo 1].       

Lettura corretta: [ds per cui tanto reo 2 (Sermonti)]; [ds per cui tanto reo 3 (Bernabei)].     

Vedi Parìs, Tristano»; e più di mille < ombre mostrommi e nominommi a dito, [ds e più di mille 1]. Si riascolti la lettura di questo verso, perché è veramente brutta, per gusto, per enfasi, per pausa.    

Lettura corretta: [ds e più di mille 2 (Sermonti)]; [ds e più di mille 3 (Bernabei)].     

prese costui de la bella persona < che mi fu tolta; e ‘l modo ancor m’offende. [ds prese costui 1].      

Lettura corretta: [ds prese costui 2 (Sermonti)]; [ds prese costui 3 (Bernabei)].     

E qui si noti anche la raffinata lettura del vero Professore (Sermonti): de la, e non della, come il falso professore invece pronuncia. [2] Anche perché l’allitterazione della bella, con le doppie elle crea un pessimo suono (cacofonia), mentre de la bella ha tutt’altro respiro acustico.     

I nostri rilievi non nascono certo da pedanteria: non possiamo permettere che Dante sia affrontato con la superficialità che Benigni dimostra, spacciandosi per Pico della Mirandola (personaggio dalla memoria mitica), per straordinario attore-interprete, per filologo (“laureato” per giunta!), per penetrante esegeta, per innamorato di Dante (quale amore può essere così privo di rispetto?), ed accumulando migliaia e migliaia di Euro alla faccia degli ingenui. Chi non ha voglia di capire Dante, ne stia lontano: chi davvero vuole intenderlo, stia lontano da Benigni e dalla sua pessima “lingua italiana” da… plurilaureato…  Otto lauree honoris causā!     

Arti della comunicazione, [3] Filologia moderna (2), [4]     

Lettere (3), [5] Psicologia,[6] Filosofia     

Per fortuna Umberto Eco, dall’alto delle sue trentotto lauree honoris causā non deve certo invidiare l’amico…     

 Amato Maria Bernabei     

Il contenuto della scheda è tratto in ampia parte dal Saggio “O Dante o Benigni“, di Amato Maria Bernabei, pubblicato dall’Editore romano  Arduino Sacco.    

 
 


    

[1] http://forum.accademiadellacrusca.it/forum_13/interventi/5743.shtml    

[2] Meno male che Benigni è attentissimo al problema della lettura… almeno lui lo dice! “Facendo uno studio semplice e approfondito, si capisce come Dante vuole che la si legga, ma non perché lui non ci dia la possibilità di uscire da quel reticolato. Dà anche la possibilità di uscirne. Però dà le indicazioni come un maestro di orchestra”: si consulti http://www.unbenignidanobel.it/category/%20dante/page/4/. Evidentemente qualche strumentista non è in grado di seguire la bacchetta… Inoltre un laureato in Filologia dovrebbe sapere che nemmeno una volta, nella Divina Commedia, si trova scritto “della”, o delle, o degli e simili, ma sempre de la, de le, de li!     

[3] http://www.unbenignidanobel.it/roberto-benigni/touro-university-laurea-honoris-causa-a-benigni/     

[4] http://cinema.excite.it/foto/roberto-benigni-laurea-in-filologia-P46359.html; http://www.unical.it/portale/portaltemplates/view/view.cfm?23983     

[5] Ben tre Atenei hanno conferito questa laurea al “massimo letterato vivente”: Bologna, Lovanio, Malta:     

http://ricerca.repubblica.it/repubblica/archivio/repubblica/2002/09/20/benigni-si-laurea-con-dante.html; http://www.rds.it/spettacolo/42121%2FCinema,_laurea_honoris_causa_per_Roberto_Benigni_in_Belgio;     

http://www.wuz.it/spettacolo/59283/benigni-laurea-honorem.html.     

[6] http://www.sanraffaele.org/Home/Ufficio_Stampa_HP/Ufficio_Stampa/Artic%20oli_Scelti/61285.html  

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