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Quando sulla cattedra siede un maestro di mercato, addestra animali anziché educare uomini,
e dove sulla scranna amministra il cattivo giudice del profitto, non c’è causa che non condanni il valore!

 

La critica a ciò che predomina non investe mai ciò che di buono sopravvive nell’ombra

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Il tuo nome non conta, il tuo volto non esiste: tu sei un compratore.

Il tuo cervello deve essere vuoto di pensiero e pieno di assunzioni indotte, devote al tiranno che non ammette divaricazioni dal suo diktat e che perciò tutto ha predisposto perché la sua volontà perentoria sia da tutti ossequiata.

Così al gregge ammaestrato sembra autonoma risoluzione ogni risposta ad un solo, camuffato, teocratico imperativo: non pensare, compra!

Governa il Denaro ed impone la sua liturgia, nonché i suoi sacerdoti, predicatori di uno schiavismo globale che indossa la maschera della libertà.

Comportamenti, scelte, valori non possono che vivere in subordine rispetto ai teocrati del commercio, che hanno imposto ai sudditi gigantesche lenti deformanti, perché lo sguardo colga come forma naturale ogni genere di aberrazione, e all’anima sembrino schietti gli addomesticati sentimenti.

È indispensabile, urgente abbassare le palpebre, ridare vita agli offuscati panorami, dischiuderli alla vista di chi non li ha mai conosciuti. Non è più ammissibile che la falsificazione prevalga sull’autenticità, che l’apprendimento, lo stupore, la fiducia debbano essere ingannati, che siano scambiati per bello, grande, pregevole, il deforme, il carente, il dozzinale.

Non c’è settore che non risenta della corruzione, non c’è sfera che si sottragga alla rovinosa influenza dell’ideologia di mercato, sia essa economica, politica, sociale, culturale, morale.

Non fa eccezione l’orbita estetica.

Che ne è, infatti, delle arti?

La pittura valorizza tessiture geometriche, algoritmiche, se non informi spruzzi di pennello, teorizzando la scoperta e la rappresentazione della “realtà” microcosmica, microscopica, addirittura il trasferimento su tela dell’universo quantico della fisica.

La scultura ferisce marmi, fonde e storce bronzi o scheggia legni in cervellotiche figure che esprimono più la deficienza del talento che il lampo del genio, e ingombrano lo spazio di contorni goffi.

La musica nobilita i rumori e avvilisce i suoni, abborracciato fastello di note ammucchiate da maestri senza magistero, linee melodiche senza melos, spesso adeguati commenti sonori di parole che vanno a capo, quasi sempre “senza capo”, sgradevoli insulsaggini di “sepensanti” poeti della canzone, se non farneticazioni allucinate di rapper.

La letteratura crea poetiche aberranti ed esprime una prosa sciatta e plebea, non raramente costellata di errori; o una poesia senza gli ingredienti fondamentali dell’estro, del sentimento e della musica, priva perfino di grammatica e di concetti. Pagine che l’editoria distribuisce copiose, perché adatte ad incontrare la dominante lettura frettolosa, superficiale, disimpegnata, se non addirittura ignorante, e perché radici inesauribili di affari per stampatori senza scrupoli che illudono le scritture analfabete di improbabili folle di narratori e di aedi.

Il cinema tesse trame lacrimevoli, adatte al consumo dei fazzoletti di carta, o stucchevoli e triviali pagliacciate, oppure elogi della violenza più brutale, e consacra registi di poco talento, se non proprio incapaci, cucitori di fotogrammi spenti all’arte, accesi all’incasso, nell’ottica di un pubblico sprovveduto, allevato alla pochezza.

Si potrebbe proseguire in un elenco interminabile di arti svuotate e di artisti senz’arte, cui soltanto convengono i più disonorevoli attributi… ma credo sufficiente quanto delineato per annunciare che “la civiltà dello spettacolo” [1] e del denaro ha sancito il trionfo della bruttezza, almeno fino al suo desiderabile crollo.

Amato Maria Bernabei


[1] Un libro di Mario Vargas Llosa
(http://www.fanpage.it/mario-vargas-llosa-la-civilta-dello-spettacolo-e-quel-che-rimane-della-cultura/).

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