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di Enzo Ramazzina

          Molti autori (giornalisti, romanzieri, poeti, saggisti, critici ecc.) usano l’interpunzione in modo sciatto, arbitrario e, quindi, scorretto. Ciò dipende, forse, dal fatto che il complesso di regole per il giusto impiego della punteggiatura è consi­derato, oggigiorno, un capitolo della grammatica poco importante, un argo­mento di basso profilo.

Ma provate ad aprire il giornale. Titolo a caratteri cubitali: “MONTI, VARATO IL DECRETO SALVA-ITALIA”. Non vi sembra che la virgola dopo “Mon­ti” evidenzi, per usare un eufemismo, una segnatura quantomeno inadeguata, poco appropriata? Possibile che quel benedetto titolista non abbia sentito l’esigenza di usare i due punti in luogo dell’illogica virgola, se non altro per evitare che il lettore non potesse, di primo acchito, scambiare il nome proprio per un “com­plemento di vocazione”? Ma andrò per ordine, toccando sistematicamente alcuni punti che mi stanno a cuore. Cos’è, anzitutto, la punteg­giatura?

          È la trascrizione della parte più viva ed efficace del nostro linguaggio. Quando parliamo, infatti, il tono e l’intensità della voce, le pause, gli accenti più o meno marcati, modificano non poco quello che diciamo. Grazie, dunque, ai segni convenzionali d’interpunzione, riusciamo a dare ordine al testo scritto, indicando gli intervalli ed il ritmo, per così dire, del nostro pensiero. Per distinguere, ad esempio, un’affermazione da una domanda, ricorriamo all’intonazione, nella conversazione ordinaria, e al punto interrogativo se scriviamo. Ma ci sono infinite altre sfumature, sospensioni più o meno prolungate, accenti di dolcezza, di forza, di irritazione, di perplessità, di timore, di consenso, di dissenso, di calma, di premura… (avrete notato i puntini di sospensione, che hanno lo scopo di far capire che il mio elenco poteva continuare).

          Ogni scrittore ha un suo modo peculiare di usare l’interpunzione, la quale riflette non solo l’andamento ritmico del suo pensiero, ma anche il suo gusto e la sua sensibilità. Tuttavia, vi sono regole generali che suggeriscono un impiego meno arbitrario e, quindi, più corretto della punteggiatura, costituita, come si sa, dal punto fermo, dal punto e virgola, dai due punti, dal punto interrogativo, dal punto esclamativo, dai puntini di sospensione (che, contrariamente a quanto alcuni pensano, non possono essere più di tre), dalle virgolette, dalle parentesi, oppure dagli accenti, dalla dieresi, dalle lineette e dai trattini, chiamati anche “segni diacritici”.

          Le regole dell’interpunzione si possono trovare in qualsiasi grammatica. Mi limiterò, pertanto, a dare solo alcuni consigli relativi al punto fermo, così spesso abusato, nonché ai due punti, generalmente impiegati a sproposito, e al punto e virgola, praticamente quasi ignorati. Primo suggerimento: usate spesso il punto, ma senza esagerare, allo scopo di snellire il discorso ed evitare certi periodi complessi ed articolati, in cui si nasconde quasi sempre l’insidia sintattica. Secondo consiglio: non dimenticate d’usare, di tanto in tanto, i due punti e il punto e virgola: la maestrina ci insegnava che, mediante questi segni convenzionali, si indicava una pausa inferiore a quella del punto fermo, ma più rilevante della semplice virgola, con un particolare valore sintattico nel caso dei due punti. Terzo consiglio: attenti all’impiego delle virgole, che costituiscono spesso il “ponte degli asini”.

          E, a proposito di “virgole”, consentitemi d’aprire, a questo punto, un ar­go­mento che ritengo di una certa importanza. Perché molti dividono con la virgola il soggetto dal predicato, o il sostantivo dall’attributo, o il verbo dal complemento? È senz’altro sbagliato scrivere: “La ragazza, disse subito di no”, oppure “Il nonno, si sedette a tavola”, tagliando la proposizione a metà. La virgola può separare il soggetto dal verbo solo in due casi: quando c’è in mezzo una parentetica o un inciso (“Mario, che era frate, fece dire una novena in chiesa”; “La polenta, fatta con la farina di semola, era deliziosa”) e nelle contrapposizioni (“Io, faccio il saggio; tu, la svampita”).

          Un’alta percentuale di autori usa la virgola invariabilmente davanti a tutte le proposizioni introdotte dal “che” relativo. Niente di più scorretto. Ecco due esempi in cui la virgola, nel primo caso, risulta, se non proprio obbligatoria, almeno alquanto utile, mentre nel secondo è decisamente fuori luogo: “I fiori vanno a mia moglie, che ha organizzato la manifestazione”; “Vedo un treno che parte”.

          Altro consiglio. Evitate la virgola prima di “ecc.” o di “né”, perché, se vale ancora la regola imparata alle Elementari, la quale vieta di indicare segni d’interpunzione prima della congiunzione semplice “e”, si dovrebbe tener presente che “ecc.”, dal latino “et cetera” (“e le cose restanti”, “e tutto il resto”), è l’abbreviazione di un’espressione italiana introdotta, appunto, dalla congiunzione coordinante copulativa “e”. Lo stesso dicasi per la congiunzione negativa “né”, dal latino “nec” o “neque” (“e non”). Inoltre, ritengo sia inesatto indicare la virgola prima della congiunzione coordinante semplice disgiuntiva “o”, a meno che non si tratti di separare le parole di un elenco, come in questo esempio: “O parli, o ascolti, o te ne vai”.

          Ancora, è opportuno usare la virgola dopo gli avverbi “sì”, “no”, “bene”,  “precisamente”, “appunto” e simili; nelle date delle lettere e dopo il nome del luogo dal quale si scrive; negli indirizzi, a seguito del toponimo della via e del numero civico; davanti alle congiunzioni avversative “ma”, “però”, “invece”, “anzi”. Anche dinanzi ad “e”, ma solo nel caso in cui abbia valore consecutivo od avversativo (“Smonta dalla macchina, e si dirige verso il cancello, ed accarezza il cane”).

          E quando aprite, con il classico segnino (dal latino virgula = verghetta ricurva, bastoncino), una frase parentetica, non dimenticatevi, poi, di chiuderla con lo stesso segnino. Se, ad esempio, vi viene di scrivere: “Luigi, che frequentava la terza liceo classico al Tito Livio di Padova era magro come uno stecco”, fate lo sforzo d’usare la virgola anche dopo la parola “Padova”, risparmiando al lettore una fastidiosa tirata. Infine, ricor­datevi che i testi poetici inviati ai concorsi di poesia talora vengono scartati, o valutati negativamente dalle giurie, proprio a causa della punteggiatura trascurata e negletta, che non permette di capire chiaramente, alla prima lettura, il pensiero dello scrivente.

          Se volete esercitarvi con un vero esperto di punteggiatura, vi consiglio di riprendere in mano un capitolo de “I Promessi Sposi” (in quante cose ci potrebbe essere maestro, il Manzoni!): provate a studiarlo attentamente sotto questo profilo, cercando di giustificare a voi stessi l’uso dell’interpunzione adottata dal più celebre romanziere dell’Ottocento. Anche se avete in tasca una laurea in materie umanistiche, e da anni vi cimentate a scrivere poesie od articoli nelle riviste letterarie, potreste scoprire con meraviglia di non conoscere una cosa tanto elementare, e pure così fondamentale per la logica strutturazione del discorso, come l’uso corretto ed efficace della punteg­giatura.

Enzo Ramazzina
“La Nuova Tribuna Letteraria”
Anno XXII, N. 106

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