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CONTROESEGESI per confutare le gratuite attestazioni di grandezza rivolte a Benigni da parte della “critica mediatica” corrente

Un libro di Storia di Scuola Secondaria di Primo Grado, un altro sussidio per notizie relative all’Inno, qualche allusione più o meno velata al solito Cavaliere, e l’ “esegesi” da 250.000 Euro è fatta, con l’abituale lingua farfugliata e improponibile, con gli inseparabili, triti ritornelli mille volte ripetuti nel Tutto Dante, con le consuete lacune di preparazione, con la concitazione di sempre e con la solita mimica da imbonitore.

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Il “grandissimo” ospite avverte subito che proporrà “l’esegesi dell’Inno di Mameli che non è mai stato fatto” (mai stato fatto: ascolta), tanto che mi chiedo subito come potrà essere interpretato un testo che non è mai stato scritto… a meno che la femminile esegesi non abbia cambiato genere a mia insaputa.

Il Benigni di ieri sera, insolitamente “signorile” (per quanto la sua indole possa riuscire ad esserlo), senza usare parolacce, “mascherando” la vieta satira a senso unico e sempre esageratamente insistita, e concludendo con un’apprezzabile interpretazione teatrale dell’Inno di Mameli (un canto drammaticamente malinconico, più intriso di vite perdute che di bellicosi assalti patriottici), ha peccato della solita presunzione cattedratica. Nonostante la buona volontà, che gli ha permesso di ripetere la lezioncina diligentemente studiata, non è riuscito ad evitare le cantonate da “divulgatore di ignoranza”: la cultura non si improvvisa, e quindi è un abito che il comico toscano non riuscirà mai a vestire decorosamente.

Cominciamo con l’elencare i “ritornelli” benigneschi, buoni per ogni stagione, come il “sistema cappotto” della Fassa Bortolo

(http://www.riparsrl.com/img/vari/prodotti/pdf/sistema_cappotto.pdf):

che si faccia l'”esegesi” di Dante o di Mameli, arriva sempre il momento buono per inserire uno degli abituali Ritornelli

  1. “Mameli, nel 1847 ci aveva, che arriverà il ’48, come voi sapete succede un Quarantotto si dice anche ora, poi le cinque giornate di Milano, c’era Manzoni, Verdi, ma guardate che c’è… l’Italia è l’unico Paese al mondo dove è nata prima la cultura e poi la Nazione, (prima la cultura poi la nazione: ascolta), non esiste nessun’altra luogo al mondo… è una cosa ‘mpressionante”. A parte l’eloquio “‘mpressionante”, sicuramente idoneo alla didattica, visto che adesso anche a Morandi è venuto in testa che il Professor Benigni dovrebbe essere proposto nelle scuole [1], non è chiaro se il Docente si riferisca al concetto antropologico o a quello umanistico di cultura: in ogni caso la sua affermazione è frutto, come quasi sempre, di superficialità di conoscenza e di pensiero, dal momento che il concetto di nazione è definito dal riconoscersi, di un gruppo, in tutto un bagaglio condiviso, di lingua, costumi, credenze, atteggiamenti, valori, espressioni, ecc., un patrimonio che deve necessariamente precedere la nascita del sentimento di appartenenza, e non può mai quindi seguirlo. A meno che il dotto Professore non facesse riferimento allo Stato, che però è “cosa” profondamente diversa, essendo questo un ordinamento giuridico politico: lo Stato Italiano, quello sì, ha tardato a nascere, per dare alla Nazione, che già esisteva, la fisionomia dell’«entità politica costituita, con una base territoriale” (Treccani minor, vol. XI, p. 659, 1970). Eppure i ragazzi di scuola secondaria di primo grado, ben preparati, sanno già distinguere fra Nazione e Stato. In un testo per la Scuola dell’Obbligo così Giulio Mezzetti precisa: “Un gruppo umano distribuito su un territorio diventa nazione quando prende consapevolezza dei legami che lo cementano, e si rende conto di avere una propria storia, una propria cultura e alcuni caratteri che lo distinguono dai popoli confinanti” (Giulio Mezzetti, Geografia, La Nuova Italia Editrice, Firenze, 1980, Vol. II, p.104). Il 29 Novembre del 2007, in occasione del “grande” appuntamento televisivo con il V Canto dell’Inferno su Rai Uno, Benigni  così esprimeva lo stesso concetto: “L’Italia è l’unico luogo al mondo dove è nata prima la cultura e poi la nazione: dobbiamo andar fieri di questo: è una cosa meravigliosa (applausi)”.
  2. Biancamano, la casa reale più antica d’Europa, la più gloriosa, dal 1000-1010… propo storicamente” (Biancamano); un altro ritornello: sempre quel 29 Novembre Benigni affermava: “Que, io, a parte tutto il resto non lo voglio sapere, il mio re, che io ci credo, allè, la casa reale più antica d’Europaa, i Savoia, iaia gli Biancamano dal 1040 [2]”. A Sanremo le date sono cambiate, ma ancora non sono precise…
  3. Se non ci si ricorda del nostro passato, non ci si, non si sa neanche ndo’ si va , se non si capisce da dove si viene”: Benigni ha ripetuto “con originalità” a Sanremo quello che aveva detto nel corso della serata appena ricordata: “Ma noi abbiamo fatto, proprio dobbiamo dimenticarci da dove si viene, perché di quando un popolo non pensa più al suo passato è pronto per la disperazione, no? son le radici, è come quand, nei momenti più grandi bisogna sempre pensare da ‘ndo si viene, no? Alle nostre radici: i valori supremi non vanno mai lasciati, e noi s’appartiene a un Paese ch’è la bellezza…”.
  4. Per l’esegesi dell’Inno di Mameli abbiamo sentito: “Io sono uno che viene da lì [dall’Italia], non potete sapere come, cosa succede addosso… è una cosa memorabile: s’è ‘nventato la musica, l’architettura, la pittù, andià, andiamo a vedere, ora vi faccio vedere da dove, chi erano quest’uomi(ni)…” (sciovinismo). Lo sciovinismo di Benigni si scatenò senza limiti nel Novembre del 2007: “L’architettura! Pensate l’artè… la… tutto noi s’è inventato, l’architettura… [3] sé inventata noi Adriano, a Ro… l’arco, [4] il tetto, son parole, ripeto, immensamente italiane [5], si sono sparse nel mondo e non s’è detto niente a nessuno. E fanno finta di non sapello. Ma nun potete sapé la bellezza. Tutto, piazza, palazzo, mezzanino, studio e… tutte parole italiane internazionali! La pittura! Pensate alla pittura che si è fatto noi! S’è inventato la i, il Barocco, il Manierismo e la le le le le l… l’introspezione, la prospettiva, l’affresco, gli gli gli gli… tu… ma volevo… tutte invenzioni italianeee, non c’è rimasto niente dopo…”.
  5. Ieri Benigni ci ha fatto sapere che “ogni impero che c’è nel mondo è una pallida imitazione dell’Impero Romano, pallidissima… hanno ‘nventato tutto, il Diritto, pensate, che cosa, l’architettura, non potete sa, ma moderno, perché la Grecia è già nell’evo antì, nel mondo antico, i Romani sono già moderni (?)”. In Tutto Dante del 2007 declamava “invece”: “…nel mondo i, per esempio ci ho… e li l’impero, tutti gl’imperi che ci sono in Occidente, son tutte pallide imitazioni dell’Impero Romano: l’invenzione del Diritto, laicamen-tee! Il primo secolo avanti Cri… una cosa, noi se, la, propo la modernità: l’Italia ha inventato tutto ciò che è moderno, vivo e vero, nel mondo, nelle arti, nelle scienze, nel diritto, in qualsiasi bellezza. Qualsiasi impero sono pallide imitazioni dell’Impero Romano”.
  6. Possiamo annoverare fra i ritornelli anche le parole che sottolineano con enfasi i passaggi “salienti” delle “dissertazioni” di Benigni, come ‘mpressionante o memorabile. Quest’ultima è stata usata ieri sera almeno una quarantina di volte, alla media di circa una volta al minuto (memorabile).

Lacune di preparazione e di conoscenza:

  1. A proposito dell’amor patrio Benigni afferma: “Una sano patriottismo è la cosa più di salute che ci sia ne ‘mmondo, volere proprio bene al luogo dove si sta […] poi non è che mi sento… amarla troppo non fa mai bene, perché troppo è sempre sbagliato. Anche l’amore, quanti errori vengono fatti perché ‘gli voleva troppo bene, pe’ troppo amore’;  non si, non esiste il troppo amore: l’amore è come la morte, o sei innamorato o non sei innamorato, sei morto o non se… dice ‘è troppo morto’… no, non è troppo morto: uno o è morto o non è morto” (troppo amore).  Ragionamento senza rigore logico: come si possono negare le gradazioni dei sentimenti? come si può accostare, per negarle, un sentimento a un fatto naturale, o alla condizione che non fa diversi Alessandro il Macedone e il suo mulattiere (Marco Aurelio, Ricordi, VI, 24), o Alessandro e un tappo di barile (Shakespeare, Hamlet, atto V, scena I)? “E l’amore, quando si ama, bisogna amare in maniera che uno si sente, arrivi lì, e non è che vai di più o meno, c’è una misura che, non si va né giù né su, è proprio… è l’eternità”. Grande docenza! “Meno male che abbiamo Benigni”, ha affermato questa mattina Costanzo dai microfoni di Radio Uno.
  2. Per spiegare il significato della parola Risorgimento, Benigni cita Alfieri, con grande goffaggine: “Perché un giorno tu inestenguibilmente risorgerai, magnanima, una e libera”, Alfieri che invece scrive: “A te che un giorno (quando ch’ei sia) indubitabilmente sei per risorgere, virtuosa, magnanima, libera, ed Una“ (inestenguibilmente). Il termine Risorgimento (da risorgere) cambia completamente semantica alla fine del Settecento con gli scritti di Vittorio Alfieri, assumendo il senso di risvegliare o rianimare. “Presto questo significato s’impone come equivalente di rinascimento o risurrezione “nazionale” e idea di liberazione del suolo italiano dalla presenza straniera, fino ad arrivare alla consacrazione ufficiale nella sfera pubblica nel 1847 con la pubblicazione del giornale “Il Risorgimento”, di Cesare Balbo e Camillo Benso di Cavour, nel quale trovano posto i concetti di indipendenza dell’Italia e di unione politica ed economica” [6]. Benigni, quando vorrà, ci chiarirà il senso del suo brutto neologismo (o dovrà giustificare il prezzo esoso che la sua ignoranza reclama).
  3. Per valorizzare la qualità musicale dell’Inno di Mameli (impresa davvero ardua) il Professore va a scomodare Stravinsky, Verdi, Wagner: il confronto che il musicista russo naturalizzato francese istituisce tra Wagner e Verdi, per rivalutare la musica verdiana, che in modo dispregiativo qualcuno aveva considerato dello “zumpappà”, è ridicolo applicato alla melodia di Michele Novaro, che come quelle di Verdi avrebbe dunque valore ben più grande, nonostante lo scarso apprezzamento della critica di sempre.
  4. La metrica del componimento è un po’ diversa da quella che Benigni annuncia: senari, sì, piani, tronchi e sdruccioli (questo non lo dice); lo schema riferito vale solo per i primi quattro versi, poi cambia. “La basciata in fondo” non significa niente: ci sono rime baciate, ma compaiono in modo abbastanza casuale (metrica). Proviamo a esemplificare: a   Fratelli d’Italia,   / b   l’Italia s’è desta, / c   dell’elmo di Scipio /  b   s’è cinta la testa. //   Dov’è la Vittoria? / e   Le porga la chioma, /   che schiava di Roma / f   Iddio la creò. // g   Stringiamci a coorte, /  g   siam pronti alla morte. /   Siam pronti alla morte, / f   l’Italia chiamò. // g   Stringiamci a coorte, /   siam pronti alla morte. /   Siam pronti alla morte, / h   l’Italia chiamò, sì! // Come si vede Benigni raffazzona e non poco! Perché tanta pignoleria? Semplicemente perché con troppa enfasi e in maniera infondata si parla della “cultura” del comico toscano e gli si affida una parte che egli non può sostenere. Lui stesso, del resto, dimostra di capire che non è opportuno rivestire ruoli inadatti alla propria sfera di competenze, quando rivolgendosi a Gianni Morandi chiede: “…e come mai uno dei più grandi cantanti di tutti i tempi è a presentare? Non ti vogliono far cantare, allora… è come chiamare Pippo Baudo in concorso…”, o Benigni a fare il Professore… avrebbe potuto aggiungere (ingerenza).
  5. Stringiamci: spiega il Professore che è un’elisione, quando è chiaramente una sincope (elisione).
  6. L’esegeta cita poi la Bibbia parlando della paura che l’esercito romano incuteva, ma nel consueto modo impreciso e arruffone: “Sei bella come esercito schierato” (bella come esercito), mentre il paragone (anche più congruo) è ‘sei terrore come esercito schierato’, precisamente con queste parole: “Bella sei, o mia compagna, come benevolenza, ornata come Gerusalemme, terrore come esercito schierato” (Cantico dei Cantici, 6,4) [7].
  7. Il motto dei Romani era “dividi et impera”, afferma il dotto Benigni che non ha mai studiato il Latino: fa quasi pena… ricorda metà in Italiano e metà in Latino… (dividi et impera). Dìvide et impera, caro Benigni: io per un’ora di Latino posso chiedere solo quei pochi Euro che tu guadagni in qualche decimo di secondo… a te potrei fare un prezzo di favore: pensa che se tu mi pagassi per quello che ti hanno dato a Sanremo, in un’ora guadagnerei 300.000 Euro!
  8. Per dire che l’unione fa la forza dichiari che “se dividi, vinci, se sei unito non vinci mai”… Mi spiegheresti il concetto, illustre critico?
  9. Raccolgaci un’unica / bandiera, una speme: “facciamo ‘sta bandiera? Prima c’era la coccarda azzurra, no?, dei Savoia, ma non c’era la bandiera, la bandiera c’era già prima e… Mazzini, che fondò La giovine Italia, un tipo, ma Mazzini sapete, emaciato, torvo, tutto sofferente, un personaggio memorabile, un cervello immenso, sapete che… gnam gnam gnam un’altra volta Metternich stesso che era in in in in in Austria, fece tutti Congresso di Vienna… ” (bandiera). Questo incongruente farfugliare, da DFP (disturbi formali del pensiero [8]) per dire che cosa? Noi che non siamo grandi esegeti abbiamo l’impressione che Mameli usi il termine bandiera in senso metaforico: sotto un’unica bandiera vuol dire stretti in un unico ideale, come militare sotto due bandiere significa fare il doppio gioco, altro che “facciamo ‘sta bandiera?”. Qualcuno deve proprio farmi capire come si fa a considerare Benigni un genio!
  10. “La nostra bandiera – vi dirò una cosa che magari qualcuno di voi non sa – sapete da dove viene? Come la nostra lingua, che il dialetto è bello, pe’ ccarità, si può fare delle canzoni napoletane…” lasciamo perdere la digressione sgrammaticata e incoerente, “…la bandiera venne inventata, inventata, trovata, scelta, da Mazzini da un verso di Dante Alighieri […] e Mazzini ha scelto questi tre colori, era già la bandiera nel 1830 quando faceva la Giovine Italia, la Giovine Europa… decise di fare la bandiera con questi tre colori. Quindi la nostra bandiera viene da Dante Alighieri” (bandiera1).  Se Mazzini nacque nel giugno del 1805 e il Senato di Bologna, con un documento datato 18 ottobre 1796, aveva deliberato: “Bandiera coi colori Nazionali – Richiesto quali siano i colori Nazionali per formarne una bandiera, si è risposto il Verde il Bianco ed il Rosso” [9] , come può essere stato Mazzini, ispirato dai versi  31-33 del XXX Canto del Purgatorio (in cui i tre colori si riferiscono alle tre Virtù Teologali) essere stato l’ideatore della bandiera italiana?  In realtà “il Tricolore Italiano, dai colori bianco, rosso e verde, fu consacrato quale simbolo della patria il 7 gennaio 1797 a Reggio Emilia, dal Congresso dei rappresentanti di Bologna, Ferrara, Reggio Emilia e Modena, lo stesso Congresso che pochi mesi prima aveva proclamato la nascita della Repubblica Cispadana. Autore della proposta fu il patriota e letterato Giuseppe Compagnoni (Lugo 1754 – Milano 1833), rappresentante della città di Ferrara” [10]. Per il significato dei colori della nostra bandiera il dotto Benigni avrebbe potuto citare il discorso tenuto da Giosuè Carducci il 7 Gennaio 1897 a Reggio Emilia per celebrare il 1° centenario della nascita del Tricolore: «Sii benedetta! Benedetta nell’immacolata origine, benedetta nella via di prove e di sventure per cui immacolata ancora procedesti, benedetta nella battaglia e nella vittoria, ora e sempre, nei secoli! Non rampare di aquile e leoni, non sormontare di belve rapaci, nel santo vessillo; ma i colori della nostra primavera e del nostro paese, dal Cenisio all’ Etna; le nevi delle alpi, l’aprile delle valli, le fiamme dei vulcani, E subito quei colori parlarono alle anime generose e gentili, con le ispirazioni e gli effetti delle virtù onde la patria sta e si augusta: il bianco, la fede serena alle idee che fanno divina l’ anima nella costanza dei savi; il verde, la perpetua rifioritura della speranza a frutto di bene nella gioventù de’ poeti; il rosso, la passione ed il sangue dei martiri e degli eroi. E subito il popolo cantò alla sua bandiera ch’ ella era la più bella di tutte e che sempre voleva lei e con lei la libertà» [11].
  11. Nel corso delle interminabili divagazioni per spiegare in modo del tutto personale (senza cioè fondamento storico) la nascita della bandiera italiana, Benigni dice un’altra delle sue sciocchezze: “…ma nel dialetto non si può scrivere la Critica della ragion pura, l’Estetica di Croce, non si può scrivere la Divina Commedia, non si può, perché fa ridere, il pensiero non va oltre, allora ci vuole una lingua che unisca…” (dialetto). Un particolare irrilevante: Dante ha scritto la Divina Commedia… “in dialetto”, visto che il volgare da lui usato non era altro che un dialetto della lingua latina, che grazie all’Alighieri poté assurgere a lingua letteraria.  Le gratuità del guitto non finiscono mai (cfr. anche http://it.paperblog.com/forum/47091/se-questa-storia-e-precisa-perche-no-quella-di-maga-mago/).

Sconci grammaticali:

Oltre a quelli già ascoltati, vale la pena di riferirne altri due:

“L’Italia s’è svegliata e gli era caduta l’elmo di chi? di Scipione” (l’elmo di Scipio).

“Se Scipione perdeva, con Annibale, tutti noi eravamo di cultura fenicia, mediorientali tutti, ha influenzato la cultura, nascono sempre da atti di eroismo” (se Scipione perdeva).

Che pensiero, che grammatica… E che confusione… (confusione) Come si può valere così poco e guadagnare tanto? Almeno nel mondo dello sport chi guadagna cifre straordinarie esprime in genere grandi qualità.

Chi è fuor del suo mestiere…  O più “dottamente”: chi asino è e cervio esser si crede, fa la zuppa nel paniere, proverbio riportato nel Cinquecento da Antonio Vignali (scrittore appassionato di proverbi, noto con lo pseudonimo di Arsiccio Intronato) nella sua “Lettera in proverbi” indirizzata alla Repubblica della sua amata Siena.

A questo punto credo che la dose possa bastare. So che più di qualcuno riuscirà a dire che “siamo ottusi e che fingiamo di non capire l’obbiettivo che Benigni si prefiggeva”, ma basterà un minimo di vera onestà intellettuale per essere dalla nostra parte e contro il “parere mediatico” (parere mediatico).

Amato Maria Bernabei

Apri e salva:  Sanremo: Benigni e la zuppa nel paniere

 

 

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Lectio magistralis: quando “l’amore” è cieco (e sordo)…

Sono rimasta stregata dal professor Benigni al Festival di Sanremo.

Prima mezz’ora di storia patria poi l’esegesi dell’inno di Mameli. Che poesia!

MARIACRISTINA OGGERO (insegnante di Lettere, 46 anni, Torino)

“Sono rimasta ammutolita settimana scorsa, durante il Festival di Sanremo. Presa alla sprovvista mentre sentivo l’esegesi dell’inno di Mameli. Pensavo che Roberto Benigni mi avrebbe stupito, ma non che mi avrebbe ipnotizzato. La lezione di storia, certo, mi è sembrata vivace, avvincente, arguta, ma è la poesia che mi ha letteralmente stregato.

E il giorno dopo a leggere leggere leggere per cercare qualche articolo che mi spiegasse che cosa era successo. Niente. Allora provo a dirlo io che cos’è successo. Prima la storia del Risorgimento, i nomi, i fatti, le guerre, le battaglie. Benigni ha fatto appello alla nostra intelligenza e alle nostre reminiscenze scolastiche. Ci siamo sentiti più o meno fieri di non esserne completamente digiuni. Poi si è avvicinato a quel testo così ostico parafrasandolo, come si fa a scuola. E ha fatto poesia.

Poesia è suono, timbro, esperienza personale che diviene universale. «L’avrebbe fatto così, l’inno, un giovane di 25-26 anni, intriso di gioventù, che di notte sta sul campo, da solo, lo ha imparato e se lo ripassa canticchiandolo, quasi sorridendo, sapendo che quel giorno potrebbe essere l’ultimo»: la sua esecuzione «a cappella» ha un timbro e un suono in cui tutti ci riconosciamo. L’esperienza personale diventa universale. Poesia è fatta.

Quando in classe cerco a parole di spiegare che cos’è la poesia, i ragazzi mi guardano con occhi vacui, il loro silenzio è assenza di parola. Quando parafraso si sforzano di capire. A volte però capita che durante la lettura il loro occhio si accenda e il silenzio diventi una realtà tangibile. Proprio com’è successo quella sera di settimana scorsa con il professor Benigni”.

http://www.lastampa.it/_web/cmstp/tmplRubriche/editoriali/grubrica.asp?ID_blog=274&ID_articolo=514&ID_sezione=628&sezione=

Innanzitutto ho sottolineato le “sviste” della Professoressa (i participi passati li avrei preferiti al femminile), e aggiungo poi che sulla bontà dell’interpretazione cantata dell’Inno posso concordare, ma la valutazione della “lezione” di Benigni credo proprio sia quanto meno “inquinata” da un amore cieco e sordo… Altro che Lectio magistralis… piuttosto la solita “lectio vilis” di Benigni.

 Altre “panzane” rilevate da qualcun altro… (Zapster)

 venerdì 18 febbraio 2011 12.10

 “Ahi ahi ahi, professor Benigni! La sua concione al Festival di Sanremo è stata a dir poco imprecisa, per non dire del tutto farlocca… e sì che, da uno che avrebbe dovuto illustrare “l’esegesi” dell’inno d’Italia e che entra in teatro in sella a un cavallo bianco (che però in questa particolare occasione fa un tantino Caligola), ci si sarebbe potuti aspettare un tantinello di più, soprattutto considerato che lei si fregia di essere un sommo intenditore di storia e letteratura italiana.

E invece di panzane ne abbiamo sentite parecchie.

Ecco alcune delle frottole più memorabili: Cavour, Mazzini e Garibaldi sarebbero stati giovincelli all’atto della fondazione dello stato italiano (“stato”, ricordiamo e non repubblica, perché fino a al termine della seconda guerra mondiale l’Italia ebbe un re), quando avevano rispettivamente 51, 56 e 54 anni – certo non decrepiti, ma nemmeno propriamente imberbi…

Stessa giovinezza viene attribuita a Goffredo (Gotifredo) Mameli, paroliere dell’inno italiano e a Michele Novaro, autore della musica. Anche questa è una panzana: Mameli morì a 22 anni (non 20 come dice Benigni), ma nel 1849 e non vide l’unità d’Italia, venne ferito alla gamba dalla baionetta di un compagno d’arme, mentre difendeva la cosiddetta repubblica romana. Novaro, invece, all’epoca dell’unità d’Italia aveva 43 anni.

Ecco altre panzane ancora più notabili: Cavour, Mazzini e Garibaldi morirono poveri, addirittura più poveri di quando iniziarono a dedicarsi all’impresa di fare l’unità d’Italia.

Ora, se è vero che Giuseppe Mazzini morì sotto falso nome e da latitante, la cosa avvenne soltanto perché la polizia del regno lo stava per arrestare, in quanto la sua idea era quella di unificare l’Italia per farne una repubblica e i Savoia, sotto questo profilo, non tolleravano granché la libertà di pensiero (alla faccia del paradiso libertario descritto da Roberto Benigni). Cavour morì proprio nel 1861 da latifondista, anch’egli in declino politico, ma non propriamente un pezzente… Quanto a Giuseppe Garibaldi, gli venne concessa l’isola di Caprera e soldi per finanziare i propri progetti (forse non tutti sanno che fu lui a fondare l’ente per la protezione degli animali) e in seguito divenne parlamentare di diverse camere locali in Francia. Infine il neonato stato italiano gli garantì una rendita dorata per fargli passare una vecchiaia agiata (50mila lire annue – un patrimonio, all’epoca – che Garibaldi inizialmente rifiutò, solo per poi accettarle a distanza di un anno).

Sulla corbelleria di Garibaldi “eroe dei due mondi“, che è un titolo riconosciuto solo in Italia (di sicuro non nelle Americhe) giova ricordare che gli argentini, lungi dal ringraziare il nostro eroe per le sue nobili imprese, gli mozzarono il lobo dell’orecchio sinistro perché così facevano con i ladri di cavalli. Questa mutilazione è tra l’altro il motivo per cui Garibaldi portava i capelli lunghi fino a coprire le orecchie.

Ma – come si diceva in apertura – queste sono solo le frottole più smaccate e marchiane contenute nello sproloquio di Benigni, che, per il resto era infarcito di luoghi comuni (anch’essi altrettanto fasulli).

Insomma, caro professore… meriterebbe di essere rimandato a settembre.

Sempre che, s’intende, le imprecisioni non nascano invece da preciso desiderio di falsare la storia…”.

http://blog.zapster.it/index.php?s=sanremo

http://www.zapster.it/news/Sanremo-2011-Benigni-arringa-gli-italiani-e-racconta-un-po-di-balle/12560

Altri pareri simili:

http://blog.libero.it/BRIGANTESEMORE/10109813.html

http://sauraplesio.blogspot.com/2011/02/i-bigne-sciropposi-di-benigni.html

“Il discorso di Benigni è molto banale, poco culturale, scolastico e incerto, si nota la ripetizione continua  dell’aggettivo memorabile, intessuto di propaganda partitica, arroganza e odio, tutto farcito con 250.000 € pagati da noi “abbonati Rai”. Io direi tartassati Rai, perché non ho fatto nessuna scelta volontaria, sono obbligato a pagare per un servizio per la maggior parte ricolmo di propaganda di tutti generi e di ogni modo occulta e palese”.

http://www.osservatorio-sicilia.it/2011/03/07/le-mezze-verita-e-le-menzogne-di-benigni-a-sanremo-2011/

http://www.reset-italia.net/2011/02/18/sanremo-sposta-nel-cestino-compreso-benigni/

http://www.youtube.com/watch?v=uBI6FWlKkPo&feature=related (filmato da vedere)

 E c’è pure

chi rileva corbellerie, ma comunque continua a tributare onori e gloria al grande (sublime) Professore:

“Difficile che un uomo dalla vastissima cultura e, per giunta, toscanissimo, potesse cadere in errore sulle vicende di Firenze. La sua ricostruzione è completamente errata. L’assedio, portato dagli spagnoli di Carlo V, a Firenze e alla Repubblica Fiorentina fu nel 1530, dove nella battaglia della Gavinana, colline di Firenze, vide la morte il difensore della Repubblica Francesco Ferrucci. La battaglia di Fornovo invece fu di 40 anni prima nel 1495! (E la svista di tre secoli e mezzo?… [12] n.d.c. Ferrucci).  Aldilà di tutto ieri sera Benigni è stato sublime dal primo all’ultimo minuto… e commovente nell’intonazione finale del nostro meraviglioso Inno!” (Da un commento di Viandante delle Baccherie all’articolo: “Benigni, che professore di storia al Festival!” de la Gazzetta di Parma)

http://www.gazzettadiparma.it/primapagina/commenti/4/75107/tutti/index.html/3.

Notare la grafia di “aldilà” che qui non è sostantivo (l’altro mondo), ma locuzione prepositiva, e quindi si deve scrivere: al di là! Questa è la cultura dominante, per la quale Benigni può apparire quello che proprio non è. Io ho tentato di commentare l’articolo encomiastico, ma chi è scomodo trova spesso cancelli sbarrati.

Per quanto riguarda il nostro Inno, va detto con chiarezza che non è per niente meraviglioso, né per la musica, né tantomeno per i versi, brutti. Tuttavia è “il nostro inno”, e dal momento che è stato scelto per esprimere la nazionalità italiana in tutti i suoi più alti valori, va amato e rispettato. Questa è onestà intellettuale. Tutto il resto sono ciance e affari (leggi business)…

 Amato Maria Bernabei

Il contributo di uno storico

di Alberto Mario Banti

Roberto Benigni a Sanremo: ma certo, quello che voleva bene a Berlinguer! Quello che – con gentile soavità – insieme a Troisi scherzava su Fratelli d’Italia … Che trasformazione! Sorprendente! Eh sì, giacché giovedì 17 febbraio «sul palco dell’Ariston», come si dice in queste circostanze, non ha fatto solo l’esegesi dell’Inno di Mameli. Ha fatto di più. Ha fatto un’apologia appassionata dei valori politici e morali proposti dall’Inno. E – come ha detto qualcuno – ci ha anche impartito una lezione di storia. Una «memorabile» lezione di storia, se volessimo usare il lessico del comico.
Bene. E che cosa abbiamo imparato da questa lezione di storia? Che noi italiani e italiane del 2011 discendiamo addirittura dai Romani, i quali si sono distinti per aver posseduto un esercito bellissimo, che incuteva paura a tutti. Che discendiamo anche dai combattenti della Lega lombarda (1176); dai palermitani che si sono ribellati agli angioini nel Vespro del lunedì di Pasqua del 1282; da Francesco Ferrucci, morto nel 1530 nella difesa di Firenze; e da Balilla, ragazzino che nel 1746 avvia una rivolta a Genova contro gli austriaci. Interessante. Da storico, francamente non lo sapevo. Cioè non sapevo che tutte queste persone, che ritenevo avessero combattuto per tutt’altri motivi, in realtà avessero combattuto già per la costruzione della nazione italiana. Pensavo che questa fosse la versione distorta della storia nazionale offerta dai leader e dagli intellettuali nazionalisti dell’Ottocento. E che un secolo di ricerca storica avesse mostrato l’infondatezza di tale pretesa. E invece, vedi un po’ che si va a scoprire in una sola serata televisiva.
Ma c’è dell’altro. Abbiamo scoperto che tutti questi «italiani» erano buoni, sfruttati e oppressi da stranieri violenti, selvaggi e stupratori – stranieri che di volta in volta erano tedeschi, francesi, austriaci o spagnoli. E anche questa è una nozione interessante, una di quelle che cancellano in un colpo solo i sentimenti di apertura all’Europa e al mondo che hanno positivamente caratterizzato l’azione politica degli ultimi quarant’anni.
Poi abbiamo anche capito che dobbiamo sentire un brivido di emozione speciale quando, passeggiando per il Louvre o per qualche altro museo straniero, ci troviamo di fronte a un quadro, che so, di Tiziano o di Tintoretto: e questo perché quelli sono pittori «italiani» e noi, in qualche modo, discendiamo da loro. Che strano: questa mi è sembrata una nozione veramente curiosa: io mi emoziono anche di fronte alle tele di altri, di Dürer, di Goya o di Manet, per dire: che sia irriducibilmente anti-patriottico?
E infine abbiamo capito qual è il valore fondamentale che ci rende italiani e italiane, e che ci deve far amare i combattenti del Risorgimento: la mistica del sacrificio eroico, la morte data ai nemici, la morte di se stessi sull’altare della madre-patria, la militarizzazione bellicista della politica. Ecco. Da tempo sostengo che il recupero acritico del Risorgimento come mito fondativo della Repubblica italiana fa correre il rischio di rimettere in circuito valori pericolosi come sono quelli incorporati dal nazionalismo ottocentesco: l’idea della nazione come comunità di discendenza; una nazione che esiste se non ab aeterno, almeno dalla notte dei tempi; l’idea della guerra come valore fondamentale della maschilità patriottica; l’idea della comunità politica come sistema di differenze: «noi» siamo «noi» e siamo uniti, perché contrapposti a «quegli altri», gli stranieri, che sono diversi da noi, e per questo sono pericolosi per l’integrità della nostra comunità.
Ciascuna di queste idee messa nel circuito di una società com’è la nostra, attraversata da intensi processi migratori, può diventare veramente tossica: può indurre a pensare che difendere l’identità italiana implichi difendersi dagli «altri», che – in quanto diversi – sono anche pericolosi; può indurre a fantasticare di una speciale peculiarità, se non di una superiorità, della cultura italiana; invita ad avere una visione chiusa ed esclusiva della comunità politica alla quale apparteniamo; e soprattutto induce a valorizzare ideali bellici che, nel contesto attuale, mi sembrano quanto meno fuori luogo.
Ecco, con la performance di Benigni mi sembra che il rischio di una riattualizzazione del peggior nazionalismo stia diventando reale: tanto più in considerazione della reazione entusiastica che ha accolto l’esibizione del comico, quasi come se Benigni avesse detto cose che tutti avevano nel cuore da chissà quanto tempo. Ora se questi qualcuno sono i ministri La Russa o Meloni, la cosa non può sorprendere, venendo questi due politici da una militanza che ha sempre coltivato i valori nazionalisti. Ma quando a costoro si uniscono anche innumerevoli politici e commentatori di sinistra, molti dei quali anche ex comunisti, ebbene c’è da restare veramente stupefatti.
Verrebbe da chieder loro: ma che ne è stato dell’internazionalismo, del pacifismo, dell’europeismo, dell’apertura solidale che ha caratterizzato la migliore cultura democratica dei decenni passati? Perché non credo proprio che un simile bagaglio di valori sia conciliabile con queste forme di neo-nazionalismo. Con il suo lunghissimo monologo, infatti, Benigni – pur essendosi dichiarato contrario al nazionalismo – sembra in sostanza averci invitato a contrastare il nazionalismo padano rispolverando un nazionalismo italiano uguale a quello leghista nel sistema dei valori e contrario a quello solo per ciò che concerne l’area geopolitica di riferimento.
Beh, speriamo che il successo di Benigni sia il successo di una sera. Perché abbracciare la soluzione di un neo-nazionalismo italiano vorrebbe dire infilarsi dritti dritti nella più perniciosa delle culture politiche che hanno popolato la storia dell’Italia dal Risorgimento al fascismo.
Alberto Mario Banti
(pubblicato sul manifesto, 20/2/2011)

[1] http://notizie.virgilio.it/notizie/spettacoli/2011/2_febbraio/18/sanremo_morandi_il_pezzo_di_benigni_lo_farei_vedere_nelle_scuole,28391136.html
[2] Umberto I Biancamano di Savoia detto dalle Bianche Mani (980 – 1047) è considerato il capostipite della dinastia dei Savoia. La dinastia pare però risalire a un certo Amedeo vissuto intorno al 980, ben prima di quanto Benigni ricordi con la sua “portentosa” memoria! In ogni caso il Biancamano citato da Benigni fu Signore dal 1003.
[3] Affermazioni davvero bambinesche, assurde: e tutta l’architettura che ha preceduto la civiltà romana?
[4] L’arco risulta già utilizzato in Persia nel XIII sec. a. C.
(http://www.goldenageproject.org.uk/206ziggurat.html)
e non è per niente agevole la rivendicazione della paternità etrusca. “Importanti esempi di strutture ad arco sono rintracciabili già nell’architettura egizia, assira e persiana, ma anche ellenistica ed etrusca, tanto che molti autori fanno risalire le origini dell’arco proprio alle porte urbiche etrusche”
http://www.engramma.it/Joomla/index.php/ok-66/81-ok-66/232-marco-paronuzzi-laura-zanchetta-arco-e-trionfo-nellepoca-imperiale-romana. “Anche se è impossibile datare esattamen-te l’anno di nascita dell’arco, si può affermare che il primo esempio di struttura semicircolare è non l’arco, bensì la volta: i primi resti di strutture che utilizzano la struttura ad arco sono le volte a corsi inclinati (volta nubiana) realizzate in Mesopotamia e Basso Egitto fra il IV e III millennio a.C.”: http://it.wikipedia.org/wiki/Arco_(architettura)#Storia.
[5] Una filastrocca di generalizzazioni spesso gratuite: forse i Greci non avevano tetti sulle case? È chiaro poi che ogni lingua chiama le cose con parole diverse, e “tetto” è parola che deriva dal latino: sarebbe come se un Inglese volesse sostenere che il tetto è stato inventato in Inghilterra perché la parola “roof” è inglese! (E tanto per fare un esempio concreto, l’invenzione della volta a botte è dovuta alle civiltà orientali, senza parlare dei documenti che attestano coperture a tetto già in epoche preistoriche).
[6] http://www.tesionline.com/intl/preview.jsp?idt=23069
[7] http://www.grecoitaliano.net84.net/index.php?p=1_8_Cantico-dei-cantici.
[8] I Disturbi Formali del Pensiero si presentano con alterazione del flusso delle idee, con pensiero incoerente ed alterazione dei nessi associativi. Ciò rende anche l’eloquio fortemente disorganizzato, in una sorta di “insalata” di parole che compromette in modo consistente la comunicazione effettiva (http://www.psicologi-psicoterapeuti.info/public/diagnosi_terapie/16.pdf).
[9] http://www.radiomarconi.com/marconi/bandiere/storia_bandiera.html
[10] http://www.radiomarconi.com/marconi/mameli1.html
[11] http://www.radiomarconi.com/marconi/carducci/carducci2.html.
[12] Benigni afferma pure che dopo la battaglia di Legnano, del 1176 “guardate un po’”, in Toscana, “dove ci son gli Spagnoli” si verifica l’episodio di Ferrucci, relativo invece alla battaglia di Gavinana del 3 Agosto 1530 (con una modesta svista di 354 anni!).

24 commenti su “Sanremo: Benigni e la zuppa nel paniere

  1. Non so perché ma ho l’impressione che questa sia una critica superficiale quanto pomposa, e volutamente ottusa nelle parti ove finge di non capire l’obbiettivo che Benigni si prefiggeva nelle parti dello show che hai criticato.
    Cultura ?
    Senza onestà intellettuale serve a poco.

    1. Caro Mixaelyz (io mi firmo)
      non ho bisogno di capire “l’obbiettivo che Benigni si prefiggeva”: mi è stato sempre fin troppo chiaro… Milioni e milioni di euro con l’affabulazione e il “saltimbanchismo”. Se vuoi, continua a venerarlo. Benigni ha conoscenze precarie e “splende” sulle precarie conoscenze della massa: è lui che avrebbe bisogno di onestà intellettuale. La superficialità è quella di chi parla a vanvera, come il comico toscano, ad esempio, che studia magari sui manuali scolastici e nemmeno ricorda quello che legge. Del resto non so come abbia potuto curare la propria preparazione chi, dopo aver conseguito un diploma di segretario d’azienda, ha passato il resto della vita a fare il giullare. Scusa il tono risentito, ma ti assicuro che credo fermamente in tutto quello che ho scritto (e documentato), e non mi sento né superficiale, né pomposo, né ottuso.
      Grazie comunque del contributo.
      Amato Maria Bernabei

  2. Ma è possibile fare una critica di questo tipo, cioè guardando le virgole e solo quelle, di un intervento a braccio di 50 minuti con quel fervore e passione? La risposta è ovviamente no, potevi impiegare meglio il tuo tempo. Questo tuo continuo accennare ai soldi presi (Andy Garcia tanto per fare un esempio nello stesso show ha preso circa la metà per dire tre cazzate e fare una canzoncina!) non tiene conto dei quasi 20 milioni che l’hanno seguito e quindi in termini pubblicitari sono ampiamente rientrati. Entrando nel merito: se anche il riferimento a Mazzini, come inventore della bandiera, non fosse giusto avrebbe comunque evocato una bellissima immagine del purgatorio, che non credo conoscessero in molti, e alla fine ha reso il racconto ancora più emozionante. Perchè dimentichi che il suo fine primario era quello di trasmettere emozioni intorno all’inno nazionale e mi dispiace dovertelo dire: c’è riuscito benissimo!

    1. All’attenzione di Franco Fabbri
      Guardo le virgole? Certo, nell’accezione della sostanza. Proviamo a vedere come cambia il significato per una virgola: “Giovanni non capiva, il senso delle sue parole era chiaro” significa che Giovanni non capiva qualcosa che gli era stato detto o aveva letto, e lo dimostrava attraverso quello che dichiarava; “Giovanni non capiva il senso delle sue parole, era chiaro” significa che Giovanni non capiva quello che diceva e la cosa era evidente. Quando le virgole diventano così importanti non possono essere trascurate. Dunque ritengo di avere impiegato bene il mio tempo soffermandomi su virgole del genere, in difesa di una cultura bistrattata, a partire da personaggi come Benigni, che va tenendo lezioni su Dante deformando perfino i versi della Commedia (e sua nazion sarà di feltro in feltro… semplicemente ridicolo!). Se Andy Garcia ha preso la metà o il doppio di Benigni, non mi interessa: chi ruba un anello da 2.500 Euro non è meno ladro di chi scippa una collana da 5000 (Benigni non ha rubato niente, ovviamente: è stato solo sproporzionatamente pagato, e l’allusione al furto è qui metaforica). Per quanto riguarda i 20 milioni di spettatori che Benigni ha raccolto 1) fra quelli c’ero anch’io, e non certo per ammirarlo; 2) da quando in qua il numero degli ammiratori è parametro di grandezza? L’audience è indice di mercato, non di valore; 3) Per sapere che Dante ha scritto dei versi “tricolori” bastava cercare notizie sulla bandiera in Wikipedia, senza contare il fatto che il bianco, rosso e verde di Dante non hanno niente a che fare con il nostro vessillo; 4) la trasmissione delle emozioni è possibile indipendentemente dalla qualità artistico-letteraria di quello che si dice: provi a pensare a qualcuno che gridi in Russo, avvicinandosi a lei con un coltello in mano, parole che non capisce… non si emoziona? Non aggiungo altro.
      Amato Maria Bernabei

  3. sei troppo “preciso”,puntiglioso..la formalità uccide,strazia,è la violenza del pesiero libero!
    rilassati,e invece di stare a pensare agli errori che un benigni ha fatto(giusto perchè senti la necessità di puntualizzare), prova a pensare che un pensiero in libertà può incorrere in delle “inesattezze”,il pensiero statico è la morte dell’anima.

    1. Mi dispiace Charlie Brown che tu senta il bisogno di nasconderti dietro a uno pseudonimo mentre fai proclami sul pensiero libero e contro la formalità. Le mie puntualizzazioni non sono formali, ma sostanziali. Il pensiero e l’azione liberi non possono essere “libertini”. Sono stanco di miti e di geni che non valgono nulla. Benigni è un uomo di non molte conoscenze che vogliono farci credere dotato di grande cultura: così ha licenza… di uccidere, divulgando ignoranza… come ha fatto con Tutto Dante, o con l’Inno di Mameli. La stupidità di troppi lo consacra, ma soprattutto il business che accompagna le sue prestazioni milionarie. Svegliamoci! Perché “il pensiero statico è la morte dell’anima” e chi ristagna nelle paludi della cultura mediatica, è già morto prima di essere risucchiato dalle sabbie mobili. Stiamo parlando di un soggetto che viene proposto per le scuole, che è stato candidato al Nobel, e dobbiamo superficialmente acclamarlo anche se non ha adeguato sapere? Basterebbe avere una cultura appena decente per smascherare imbrogli del genere: altro che inesattezze!
      Amato Maria Bernabei

  4. Lei è un folle.
    Spero di trovare su questo sito altrettanto accanimento contro altri fenomeni televisivi che attirano milioni di italiani, quali le scorrettezze e le volgarità culturali, verbali, morali e comportamentali di trasmissioni come Grande Fratello, Amici di Maria De Filippi o L’isola dei Famosi.
    Quanto fa paura che milioni di italiani possano avere un risveglio delle coscienze, eh?

    1. All’attenzione di L.G.
      Lei non mi ha compreso. Intanto io non guardo quasi mai la televisione, tanto meno Il grande fratello e simili. Ho seguito il Festival semplicemente per esigenze di redazione.
      Le pare che io possa aver paura del risveglio delle coscienze, se per quel risveglio mi batto, contro l’addormentamento generale? Quella di Benigni è solitamente mera demagogia mediatica, affabulazione per la bancarella, sulla quale egli riesce a smerciare per oro vera e propria paccottiglia.
      Si dà il caso che a me prema la Cultura e che avendo analizzato a fondo il “fenomeno” Benigni, mi sia trovato di fronte ad una persona profondamente priva di congrue conoscenze, che divulga di conseguenza “sciocchezze culturali” spacciandosi (o essendo spacciata) per soggetto di grande cultura, per di più benemerito per la sua opera di divulgazione. Lei non ha nemmeno idea di quante corbellerie Benigni abbia detto sulla Commedia dantesca, di quanto danno abbia fatto al sapere (così mi sembra), di quanto abbia lucrato grazie alla complicità di chi lo avalla. Non a caso Zeffirelli auspicava: “Dovrebbe esserci un istituto per proteggere i classici dai mascalzoni che se ne impossessano ” (e si riferiva a Benigni). Per questo ho voluto mettere in evidenza come ancora una volta si sia applaudito per una “lezione” (di Storia, in questo caso) che non era nemmeno degna di un’interrogazione da cinque.
      Grazie comunque del contributo, nonostante la poco elegante attribuzione di follia.
      Amato Maria Bernabei

  5. ‎1) Non penso sia giusto che una persona, solo perchè è un intellettuale allora debba morire di fame. Nel senso che, non ci scandalizziamo per quanto vengono pagati calciatori, i politici (che non fanno il loro mestiere) ecc. però ce la prendiamo con quelle persone che per lo meno portano cultura in una televisione immondizia. Quindi, per quanto possano risultare tanti , ritengo che siano in ogni caso soldi ben spesi.
    2) invece di apprezzare lo sforzo fatto per un minimo di televisione decente intellettualmente, dobbiamo sempre cercare il pelo nell’uovo per criticare ciò che viene proposto al posto di “tette e culi”.
    Quello che abbiamo, a questo punto mi viene da pensare, che è ciò che ci meritiamo.
    3)ha devoluto il compenso al meyer di firenze, già alla firma del contratto.

  6. Caro e Amato Maria Bernabei.
    dato che lei è così preciso, mi potrebbe spiegare la differenza tra cultura antropologica e cultura umanistica?

  7. Gentilissimo Nello Malizia,
    intendo per “cultura antropologica” quella relativa ad abitudini, usanze, tradizioni, lingua, religione ecc. di un qualsiasi gruppo etnico, secondo i criteri della scienza antropologica, appunto. Con l’espressione “cultura umanistica” mi riferisco invece essenzialmente alle Humanae Litterae, e per estensione alle conoscenze e all’habitus che ne deriva legati allo studio delle varie discipline dello scibile umano. Per intenderci: la Processione del Venerdì Santo a Sorrento appartiene alle espressioni della “cultura antropologica”, mentre La critica della Ragion Pura, citata a sproposito da Benigni a Sanremo, o la Divina Commedia, sono da ascrivere, evidentemente, all’altro concetto di cultura. Spero di essere stato esauriente.
    Se a molti sembro “saccente” e pignolo, è perché sono esasperato dal trionfo indiscriminato della sciatteria e dell’ignoranza e sento il dovere di lottare per la Cultura.
    Cordialmente.
    Amato Maria Bernabei

  8. Alla gentilissima Rosamaria Faralli:
    1) Il comico toscano non è un intellettuale e non morirebbe di fame se invece di guadagnare dai 100 ai 260 Euro al secondo guadagnasse 50.000 Euro al mese (si fa per dire). Benigni è impreparato al ruolo che gli affidano, e dunque non può portare sapere in una televisione immondizia, ma aggiungere se mai qualche scarto, spacciando e divulgando cattiva conoscenza per cultura, come si può ampiamente dimostrare. Se per lei poi i milioni dati a Benigni sono ben spesi, è opinione che può difendere, ma che scricchiola parecchio di fronte alle gravi difficoltà in cui si dibatte l’umanità (1,4 miliardi di persone vivono con meno di 1,25 dollari al giorno, altri due miliardi e mezzo non arrivano a 3 dollari). Naturalmente il problema non riguarda solo Benigni…
    2) La televisione che attribuisce a un attore comico i compiti dell’esegeta della Commedia (o dello storico-letterato che fa l’interpretazione critica dell’Inno di Mameli) è seria come quella che affiderebbe a Cassano la regia del Macbeth! Ci siamo intesi? Ognuno deve fare il mestiere che gli compete. Diversamente, anche trattare la Divina Commedia nel modo in cui fa Benigni diviene “trash”, spazzatura, come “tette e culi” che tutti disprezzano, ma che evidentemente troppi concupiscono, se poi con quelli la televisione fa audience. Inoltre io non credo di cercare il pelo nell’uovo, se mai piuttosto l’uovo nel pelo, perché vorrei che le cose, tutte, fossero più nobili, invece che ignobili come troppo frequentemente sono.
    3) Se per una volta Benigni decide di fare opera pia (ma pare che le cose non stiano proprio così), non disprezziamo certo il gesto: restano i troppi milioni incassati sulla dabbenaggine di chi lo mitizza, che gli permettono l’oblazione. Lei riuscirebbe a devolvere in beneficenza 250.000 Euro?
    4) Cerchiamo di essere più obiettivi: io mi sforzo di farlo.
    Amato Maria Bernabei

  9. Questo articolo mi ha fatto ritornare in mente l’aforisma “Quando il saggio indica la luna, lo stolto guarda il dito.”.
    In questo caso l’analisi della manicure è puntualissima….

  10. Complimenti per l’articolo, davvero molto interessante e puntuale (eviterei solo i riferimenti a wikipedia).
    Salverei il Benigni artista; oltre alla chiusa che ho trovato davvero molto bella, l’ardore con cui ha farfugliato sul palco è stato commovente, e il ricordare la figura di Beatrice associandola alla scelta dei tre colori è stato come dare a Roma Enea, falso ma poetico!
    Il Benigni storico? Hai già detto tutto (o quasi) nell’articolo quindi…
    Il fine del comico toscano? Forse non solo i soldi, ma anche movimentare un pò le stagnanti anime di questa “italietta”, però di questo non siam sicuri, delle inesattezze sì!

    Giuseppe

  11. I am really suprised. I am not sure Ive saw anyone who knows as much about this subject as you do. You are really well informed and very knowledgeable. You wrote text that readers could understand and made the subjectentertaining for us (Sono davvero sorpreso. Non credo di aver mai incontrato qualcuno tanto informato su questo argomento. Hai veramente una conoscenza approfondita. Hai scritto un testo comprensibile e divertente per i lettori).

  12. Mah.
    Trovo molto interessante questo articolo; l’ho letto una volta sola, ho compreso il motivo di tutto questo accanimento e potrei condividerlo… Se solo non fosse che preferirei ascoltare mille volte di fila gli strafalcioni grammaticali e le inesattezze ‘culturali’ di Benigni piuttosto che stare a leggere per la seconda volta la Sua, francamente inutile, denigrazione dell’attore in questione.
    Inutile, perché tutto ciò che lui ha sbagliato, da Lei citato, è veramente forse meno dell’1% di ciò che realmente conta nella sua interpretazione.
    Non so se mi spiego, il sentimento e la passione che mi arrivano da quell’uomo saranno sempre più forti e più vere di qualsiasi smentita affiancata da libri di latino e dizionario…
    D’altronde è questo che fa l’arte.
    (Tra l’altro Benigni non ha nemmeno mai avuto la presunzione di auoto-elogiarsi come ‘professorone’, o non mi ricordo come l’ha definito, Lei…)

    p.s.: Senz’offesa, ma quanto tempo ha perso ad analizzare tutta l’esibizione di Benigni?!
    In ogni caso è bello che il mondo sia così vario, ci dovrebbero essere più persone che come lei trovano nuovi punti di vista alle cose (dico seriamente, non faccio sarcasmo)!

    1. La sua risposta mi sembra ispirata dalla solita confusione che si fa tra arte (ammesso che ci sia veramente nel nostro caso) e scienza. La cosa che io non sopporto è l’ingerenza: se Benigni è buon attore ed è capace di emozionare, questo non deve autorizzarlo a fare esegesi letterarie, o a improvvisarsi esperto di Storia. Io non mi metto a fare il comico perché sono Professore e un comico non deve travestirsi da docente. Benigni dovrebbe solo fare il suo mestiere.
      Purtroppo tutto il sistema che ci ruota intorno è corrotto: altrimenti non conferirebbero lauree a ripetizione al saltimbanco toscano, né tanto meno lo candiderebbero, com’è avvenuto nel 2007, al Premio Nobel per la Letteratura! Questo non va: un comico non può mettersi a divulgare ignoranza. Posso ammettere l’Oscar, ma non tutto l’inverecondo mercato delle Lettere e della “cultura” che il circo mediatico ha permesso a Benigni.
      Per quanto riguarda il tempo che avrei “perso”, le confesso che è stato veramente poco, perché basta avere un minimo di conoscenza per smascherare chi non sa.
      Lei faccia pure a meno di rileggere la mia scheda e continui a “divertirsi” con Benigni (magari attraverso il suo inno del corpo sciolto…): la strada del sapere non è fatta però di questo tipo di svago, ma è ben più impegnativa e richiede spesso appassionate “riletture”.
      Grazie per aver visitato il sito e per aver lasciato il suo parere.

  13. Ho letto la sua disamina dell’esegesi dell’Inno d’Italia, al di là del mio essere o meno d’accordo con quanto da Lei scritto, mi permetta di segnalarLe un’imprecisione da parte sua al punto 2 del paragrafo “Lacune di preparazione e di conoscenza: ”
    Corregge giustamente il Benigni sulla citazione dell’Alfieri, ma purtroppo anche Lei erra.
    Le riporto lo stralcio del passaggio del “MISOGALLO” cap. “PROSA PRIMA” titolo “ALLA PASSATA, PRESENTE E FUTURA ITALIA.” opera del suddetto autore:
    “[…]ed a quella che un giorno (quando ch’ei sia) indubitabilmente sei per risorgere, virtuosa, magnanima, libera, ed una;[…]”
    Può sembrare un’inezia, ma se la legge nella pienezza del contesto dell’Alfieri, noterà come il significato sia molto più profondo e sfumato.
    Cordialmente
    M.B.

    1. Caro Signore, innanzi tutto mi pare quanto meno fazioso l’accostamento del mio “errore” alla grossolanità della citazione prodotta da Benigni. In secondo luogo penso che avrebbe dovuto intelligentemente intuire che non è mia abitudine citare a memoria… L’unico rammarico che potrei avere è quello di essermi fidato del virgolettato “impreciso” di Michela Spartera che recensisce il libro di Alberto Mario Banti “Il Risorgimento italiano” (Laterza, 2009)
      http://www.ilrecensore.com/wp2/2010/04/la-storia-dei-risorgimento-italiano/
      In terzo luogo non vedo la sostanza della “sottile differenza” concettuale che lei segnala, il significato “molto più profondo e sfumato” cui allude, laddove la citazione completa dall’opera alfieriana è “[…] a quella augusta Matrona che ti sei stata sì a lungo, d’ogni umano senno, e valore principalissima sede, ed a quella che ti sei ora (pur troppo!) inerme, divisa, avvilita, non libera ed impotente: ed a quella che un giorno (quando ch’ei sia) indubitabilmente sei per risorgere, virtuosa, magnanima, libera ed una…”, e nulla si modificherebbe se al posto di quella, nella triplice distinzione che fa l’Alfieri, dovesse essere inserito “te”: a te una volta augusta Matrona, a te adesso inerme, divisa, a te che sei per risorgere. Il senso è assolutamente identico, anche se Alfieri ha scritto in effetti come appena riportato.
      La ringrazio per avermi letto con attenzione, ma la esorto a dare il giusto peso alle cose.
      In ogni caso provvedo a trascrivere fedelmente l’Alfieri, modificando “a te” con “ed a quella”.

  14. Eg. dott. Bernabei, trovo disdicevole da parte sua dare del fazioso a chi le fa notare un errore. A me che a lei piaccia o meno Benigni poco importa. Che condivida o meno il suo pensiero poco mi torna. Per caso ho trovato questo suo articolo ed avendolo letto, in quanto amante dell’opera dell’Alfieri ho trovato quella sua imprecisione o errore.
    Inoltre non le ho mosso alcuna critica, le ho solo indicato una dovuta correzione.
    Da uomo di cultura quale penso che sia, credo debba sapere che la fedeltà nella citazione delle opere è, prima di ogni altra cosa, un obbligo morale. E sinceramente trovo privo di pregio lo scarica barile su altra errata pubblicazione. Le citazioni vanno verificate alla fonte.
    Sulla disamina poi del tratto dell’Alfieri non sono affatto d’accordo con lei, dicendo che non cambia nulla, se legge bene e senza preconcetti troverà ciò che le ho indicato.
    A volte c’è bisogno anche di un pizzico di modestia nell’accettare i propri errori considerando che lei, di quelli altrui ne ha fatto un libro.

    1. Gentilissimo Signor Marco, mi pare che se la sia presa davvero per poco. Voglio pensare che la nostra disputa sia dovuta ad un equivoco.
      Io avevo semplicemente dichiarato che mi sembrava “di parte” accostare una mia lieve inavvedutezza (credo proprio unica del genere, perché non mi fido quasi mai delle citazioni che reperisco sulla Rete), che ribadisco per niente influente ai fini della comprensione del mio pensiero e di quello dell’Alfieri (autore che, fra l’altro, non prediligo), all’indecente operazione “culturale” del Tutto Dante. Per quanto riguarda la mia buona fede e la professione di modestia, nonostante il suo parere contrario, il fatto di avere prontamente provveduto a rimediare alla lacuna, facendo tesoro del suo rilievo, mi sembra sufficientemente probante. Che cosa avrei dovuto fare di più per dimostrarle di aver ammesso la mia distrazione? E non pensa che in fondo avrei anche potuto non ospitare i suoi commenti? Lei purtroppo insiste, e di nuovo sembra dare ugual peso a un cumulo di errori grossolani (quelli di Benigni) e alla mia veniale inesattezza di trascrizione. Io non mi sono divertito e non mi diverto con gusto sadico a enumerare gli strafalcioni di un esegeta improvvisato: ho lanciato e lancio semplicemente un allarme per un oltraggio grave alla cultura che, anziché essere bandito, è stato fin troppo esaltato come “benemerito” e premiato con riconoscimenti a dir poco assurdi. Se vuole comprendere può farlo senz’altro, se invece preferisce rinunciare, libero di scegliere.
      La invito comunque a non giudicare il mio libro non avendolo letto: se lo avesse fatto saprebbe molto bene che il volume non si esaurisce sterilmente nella denuncia degli spropositi del comico toscano. Visto poi che mi fa la “morale”, si ricordi che l’onestà intellettuale richiede che si parli soltanto di ciò che si conosce.
      Poi tutti sappiamo che la natura umana non è infallibile. Consapevolezza che non permette, tuttavia, di scusare chi del fallo e del fallace fa professione, come troppi nel “circo mediatico”.
      Grazie in ogni caso per aver partecipato civilmente al dibattito.

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